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Associazione Nazionale fra Pensionati ed Esodati della Banca Commerciale Italiana - ANPECOMIT
LA BANCA COMMERCIALE ITALIANA (a cura di Antonio Maria Masia)
pubblicato il 15/03/2010

A conclusione e superamento della grande crisi del sistema bancario del 1892-1893, coinvolto in fallimenti di aziende e speculazioni di vario genere attraverso banche quali Credito Mobiliare e Banca Generale, prende forma e avvio un sistema rinnovato e certamente migliorato. In grado così di sostenere la prima fase di grande sviluppo dell’economia del Paese.
Nasce allora dalla fusione di 3 Istituti di emissione e dalla liquidazione della Banca Romana la Banca d’Italia che diverrà nel tempo la Banca Centrale.
Si afferma il modello della banca mista di tipo tedesco, strumento adatto a finanziare non solo le grandi opere pubbliche ma anche l’industria privata in genere, ed in particolare quella manifatturiera, anche attraverso partecipazioni azionarie e le concessioni di credito a breve nella forma, ma a lungo nella sostanza. In questo contesto e nel vuoto lasciato dai grandi Istituti in liquidazione , vuoto ben percepito dagli ambienti bancari d’oltralpe, e grazie al tramite di OTTO JOEL, tedesco ma da 14enne in Italia divenuto cittadino italiano, e già Direttore della Banca Generale, viene fondata l’8.10.1894 la Banca Commerciale Italiana , con un capitale di 20 milioni di lire interamente sottoscritto da stranieri, prevalentemente svizzeri e tedeschi, tranne che per 100.000 lire sottoscritte dal Conte Alfonso Sanseverino-Vimercati nominato Presidente. A dirigere la Banca sono chiamati OTTO JOEL E FEDERICO WEILL,  altro tedesco trapiantato in Italia, già direttore della filiale palermitana del Credito Mobiliare.
Per il Paese si entra nel periodo favorevole di una lunga stagione caratterizzata da un valido sviluppo economico e si gettano le basi di una moderna industrializzazione che ci avvicina in termini di reddito e benessere ai paesi più avanzati.
Ed è in questa positiva “età giolittiana” che la Comit gioca un ruolo da protagonista anche per i successivi anni, finanziando e sostenendo lo sviluppo dei vari settori, da quello elettrico (Edison) a quelli siderurgico (Acciaierie e Ferriere Lombarde poi Falck , Breda) , meccanico (Fiat), scientifico , tessile, minerario, edilizio ed alberghiero.
La Banca cresce, aumenta ripetutamente il capitale sociale che ora viene sottoscritto sempre di più da soci italiani, mentre dal lato dell’attività si apre e si rafforza nei rapporti con l’estero. Questa connotazione di internazionalità rimarrà sempre uno dei tratti caratteristici e di identificazione della Banca Commerciale Italiana che sarà da allora in poi chiamata affettuosamente e rispettosamente “BISIAI”.
Si dà una solida organizzazione a livello di Direzione Centrale e di Filiali. Dopo Milano ecco nel ‘95 Genova e poi Firenze , Roma, Torino e Bergamo e poi l’espansione nel Mezzogiorno a Napoli e Messina.
Prima della grande guerra conta 57 Filiali e 18 agenzie di città.
Si avvale di un’ ottima organizzazione contabile ed esecutiva che farà la storia del sistema attraverso anche i libri di testo degli istituti scolastici.
La crisi del 1907 che comporta il crollo della terza banca del Paese, la Societa’ Bancaria Italiana, non la vede coinvolta, anzi è chiamata a compartecipare all’operazione di risanamento e ripresa , a dimostrazione evidente della sua importanza e centralità.  Nel 1914, alla vigilia della grande guerra, le sue posizioni neutraliste vengono attaccate dall’interventismo nazionalista, prevalente nell’opinione pubblica italiana che la percepisce ancora quale “banca tedesca”. Questo la obbliga a sacrificare i due amministratori delegati Joel e Weill, nel nome di una formale italianità.
Durante la guerra sostiene , come del resto tutto il sistema bancario, le aziende che producono tutto quanto necessario ai fini bellici, sottoscrivendo il collocamento di Buoni del Tesoro e facilitando le transazioni in valuta tramite la Filiale di Londra ed avvalendosi pertanto della già forte e consolidata esperienza nel settore estero e delle relazioni acquisite.
Finita la guerra e guidata con mano sicura e grande capacità da GIUSEPPE TOEPLITZ  (cfr. a parte scheda e immagini) di origini polacche ma cittadino italiano, affermatosi come uno dei grandi amministratori della Comit, respinge diversi tentativi di scalate ostili, riuscendo così a preservare la sua autonomia e indipendenza soprattutto nei confronti di alcune grosse imprese industriali (Ansaldo).
La crescita della Banca prosegue seppure passando a volte attraverso non facili problematiche e situazioni derivate dalle battute d’arresto di grosse aziende (ILVA). Durante e dopo la guerra la BCI continua la sua crescita estera rimanendo fedele alla propria innata vocazione internazionale. Nel ‘18 crea la BCI Francia a Parigi, poi si muove su Vienna , Praga, Ungheria, Istanbul, fonda la BCI Bulgara destinata a diventare uno dei più grandi Istituti di quel paese. Controlla insieme a Paribas la SUDAMERIS, nel ‘20 ecco la Banca Ungaro- Italiana di Budapest, la BCI per l’Egitto e la Grecia negli anni ‘21 e ‘28. Nel ‘25 normalizza i suoi rapporti finanziari con gli USA dopo che nel ‘24 aveva creato la BCI Trust Co. di New York, nel ‘26 Boston e Filadelfia, nel ‘26/’27 Polonia.
Nel ‘33 nonostante l’autarchia che riduce gli scambi di merci e capitali controlla 11 affiliate estere ed ha partecipazioni di peso in altre Istituzioni bancarie straniere.
All’interno, superata la crisi degli anni ‘20/’21 l’economia riprende un altro lungo percorso di crescita sino alla rivalutazione della lira del ‘26.
Nel contesto la Comit, sotto Toeplitz, si distingue specie nell’assistenza e supporto allo sviluppo di aziende importanti quali la Terni, la Sip, la Breda, Montecatini, Orlando, Mira Lanza, Snia Viscosa, Dalmine, Franchi Gregoriano, Marzotto, Crespi, Chatillon.
Nel ‘26 Mussolini, abbagliato da sogni di autarchica gloria introduce la famosa “quota novanta” di rivalutazione della lira fissando appunto in 90 (ex 150) lire il cambio per sterlina, lo stesso cambio esistente al tempo della marcia su Roma.
La realizzazione della “quota novanta”, che voleva essere il preludio alla stabilizzazione della lira e alla reintroduzione della convertibilità in oro della moneta, comporta però un forte fenomeno di deflazione che incide ovviamente e negativamente sulla domanda di investimento e sull’occupazione. Le imprese hanno difficoltà a rispettare gli obblighi assunti con le banche per finanziare gli investimenti espansivi del periodo precedente e sono costrette a cedere in molti casi le proprie azioni alle banche stesse a garanzia delle esposizioni.
La BCI a questo punto, quale grande banca finanziatrice, si trova ad essere fra le più esposte agli effetti negativi della congiuntura.
Sul finire del ‘29 si apre una grave crisi a livello mondiale. Da noi, a maggior ragione, la crescita rallenta vistosamente e la borsa subisce un primo duro contraccolpo dal crack di Wall Street. Le imprese, che si stavano appena riprendendo dagli effetti della politica deflattiva del ‘26/’27, vedono contrarsi di nuovo affari e redditività.
Si affidano ancora ed inevitabilmente alle banche, che non possono esimersi di fronte alle ulteriori richieste di aziende delle quali, come abbiamo visto, dispongono ormai dei pacchetti azionari di controllo, rischiando di conseguenza il coinvolgimento nell’eventuale fallimento di queste. Si gonfia così il portafoglio azionario della BCI. A fronte, una non corrispondente crescita dei depositi ed una ereditata sottocapitalizzazione che la costringono, per non precipitare nell’insolvenza , al ricorso al credito ed alle anticipazioni dell’Istituto d’emissione ed all’indebitamento a breve sull’estero.
La seconda metà del 30 vede l’aggravarsi della crisi bancaria negli USA che accelera la fuga dei capitali americani dall’Europa. A ruota numerose le banche europee, austriache (Creditanstalt di Vienna) tedesche ed italiane, compreso il Credito Italiano ed il Banco di Roma in difficoltà irreversibili.
La Comit riduce gli stipendi dei dipendenti tra il 12% e il 15%. Ma non serve a niente l’orgoglio di Toeplitz che dal 1925 si avvale della collaborazione preziosa ed illuminata del trentenne RAFFAELE MATTIOLI di Vasto, già Segretario della Camera di Commercio di Milano (cfr. scheda e immagini a parte), a farcela da solo.
Siamo alla gravissima crisi del ‘31/’33 del modello operativo di banca mista della quale la BCI è l’esempio maggiore.
In questo periodo attraverso diverse e drammatiche fasi negoziate con la Banca d’Italia e con il Governo, per mezzo del suo ministro Alberto Beneduce, da Toeplitz e soprattutto da Mattioli, la Banca è costretta a cedere prima i pacchetti di controllo delle aziende nel suo portafoglio in cambio di liquidità e poi il suo stesso capitale.
Nasce così, imposto da Beneduce, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale I.R.I. che diventa l’azionista di maggioranza non solo della Comit ma anche del Credito Italiano e del Banco di Roma. I tre Istituti assumono la denominazione di banche d’interesse nazionale.
L’IRI si assume la responsabilità per il finanziamento a lungo termine delle grandi imprese nel nuovo contesto di specializzazione che verrà codificato nella legge bancaria del 36 che impone precisi ruoli e paletti agli intermediari bancari.
In particolare le BIN assumono il ruolo di banche di deposito deputate al solo credito ordinario ed in generale il sistema si modella sul tipo di banche di credito ordinario a breve da una parte e banche di credito a medio lungo termine dall’altra, e niente partecipazioni nel capitale delle aziende.
In questo contesto esce di scena Giuseppe Toeplitz che ha visibilmente sofferto il ridimensionamento della “sua grande Banca d’affari a tutto campo”ed entra pienamente in campo nel 33 Raffaele Mattioli nel ruolo di Amministratore Delegato.
Mattioli, con l’obiettivo di riportare la Comit ai livelli dei suoi tempi migliori, sprona fortemente la “sua” Direzione Centrale a “lavorare dimenticando il compito che lo Stato si è assunto con l’iniziativa IRI, come se la salvezza dovessero e potessero ottenerla da loro senza nessun altro aiuto da fuori. Solo così –disse- ci renderemo veramente degni di questi aiuti e questi aiuti ridurremo alla minore cifra possibile”.
Con questo spirito, assistito dal suo collaboratore Giovanni Malagodi, dà l’avvio ad un’importante e valida riorganizzazione della Comit in tutti i comparti. Dalla Direzione Centrale, attraverso l’adozione di metodi di lavoro collegiali e settoriali, alle Filiali. Nasce così un formidabile Ufficio Studi (cervello delle politiche di credito e di sviluppo della Banca, con a capo Antonello Gerbi, poi Ugo La Malfa e poi di nuovo Gerbi,- cfr. scheda e immagini a parte-), un valido Ufficio Facilitazioni per l’analisi delle concessioni creditizie, un efficiente Ufficio Sviluppo a sostegno dell’azione sul territorio delle Filiali, un Ufficio Contabile ed Esecutivo da esempio per il futuro del sistema bancario, un attento ed apprezzato Ufficio del Personale che attraverso politiche di selezione e formazione delle Risorse costituirà il nucleo della futura classe dirigente della Banca e non solo. Numerosi quadri di valore forniranno la loro professionalità in altre banche, Enti, Istituzioni e Politica (Merzagora, Malagodi , La Malfa).
La cura per la motivazione dei collaboratori è massima: si organizzano programmi di educazione alla cultura della banca , basati sulla “circolazione” delle persone prescelte per incarichi tra i vari Uffici periferici e centrali.La scuola della relazione con le persone, la cura della formazione, della preparazione dei singoli a compiti di ulteriore responsabilità, la costante della interconnessione fra banca e cultura diventano nell’era Mattioli i capisaldi del mondo Comit.
L’obiettivo è fare buoni bilanci, non disgiunti dall’attenzione costante alla persona, in quanto titolare di diritti e non solo asettico strumento di produzione, e tenere la Banca in posizioni di autonomia e indipendenza gestionale, nonostante i vincoli IRI e della legge bancaria.
A partire dal ‘35, in previsione di eventi bellici, l’economia italiana inizia a convertirsi in economia di guerra con i conseguenti preparativi industriali e militari (invasione dell’Etiopia, all’epoca Abissinia): da allora un decennio di crescenti operazioni belliche che culminano nella seconda guerra mondiale fino alla sconfitta, all’occupazione nazista, alla divisione del Paese ed alla guerra civile.
L’economia è subordinata alle esigenze belliche e la Comit non si sottrae finanziariamente. E ricorrendo a maggiori esposizioni nei confronti del suo azionista IRI, appoggia le aziende impegnate nella cantieristica, nella siderurgia, nella grande meccanica e tutto il mondo industriale connesso operativamente allo sforzo bellico.
Nel ‘39, a completamento di uno studio di piano di difesa dai rischi derivanti da attacchi nemici, la Banca progetta un unico Centro Contabile a cui affiancare un deposito centrale dei titoli e un Archivio Generale di tutta la documentazione non corrente. La scelta cade, per motivi strategici e di ridotta rischiosità, su Parma e nel ‘41 viene inaugurato il Centro Contabile di Villa Ombrosa.
La guerra accascia totalmente l’Italia sul piano economico. Il reddito per abitante nel ‘45 è in termini reali a livello di oltre 30 anni addietro. Ciò vuol dire aver azzerato il lavoro di una intera generazione.
Ma passata la bufera la ripresa è rapida e nel giro di un quinquennio la produzione ed il reddito tornano al livello prebellico.
Il sistema bancario tutto incentrato nella Ricostruzione fa la sua parte. Certo le BIN soffrono il limite dell’ordinarietà del credito imposto dalla legge bancaria. E fra di esse la Comit ancora di più, anche se Mattioli, spesso, pur nel rispetto formale delle norme, spinge la sua Banca ad “aggirare” i vincoli finanziando a breve ciò che in realtà è a lungo, nel segno della vera e naturale vocazione della Banca.
E per meglio far fronte a questa esigenza su impulso di Mattioli nasce la Mediobanca, con partecipazione paritaria delle tre BIN, alla quale viene destinato dalla Comit il giovane Enrico Cuccia, destinato a diventare in seguito il lucido e rispettato “padre-padrone “ di quell’Istituto.
Mediobanca rappresenta così l’indispensabile raccordo fra credito ordinario e credito finanziario, necessario per sostenere al meglio la crescita economica del dopoguerra.
La BCI riprende ancora, con l’abile e unanimemente condivisa regia di Mattioli, a finanziare il sistema economico, sostenendo tra il ‘45 ed il ‘48 collocamenti di aumenti di capitale e prestiti obbligazionari di ben 67 importanti società, tra le quali Fiat, Edison, Montecatini, Sip, Ilva.
Apre, per agevolare la raccolta, nuove Filiali e Agenzie di città. Facilita la riammissione dell’Italia ai mercati internazionali, riallacciando i tradizionali rapporti con l’Estero. Le Sedi di Londra e New York, liquidate da quei Paesi ospitanti nel 40 e 41, vengono riavviate attraverso Uffici di Rappresentanza.
L’Italia dal ‘47 in poi aderendo al Fondo Monetario Internazionale ed accettando le nuove regole stabilite a Bretton Wood per il Sistema Monetario Internazionale, si mette decisamente sul terreno occidentale del libero scambio.
Aderisce alla Organizzazione Economica per la Cooperazione Europea (OECE) ed all’Unione Europea dei Pagamenti, alla costruzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) ed alla firma del Trattato di Roma.
C’è un nuovo clima di fiducia e di crescita negli anni ‘50 con Guido Menichella alla Banca d’Italia: bassi tassi d’inflazione, conti con l’estero in pareggio, livello adeguato delle riserve valutarie, piena convertibilità della lira.
La Comit in questo contesto è pienamente inserita, soprattutto nel mettere a frutto il suo primato nelle operazioni con l’estero, in virtù della netta preferenza che riceve nel comparto da operatori italiani e stranieri.
Ed è grazie alla BCI ed alla sua conoscenza ed inserimento sui mercati esteri se il processo di reinserimento del Paese nell’economia internazionale viene facilitato ed accelerato.
Nel contempo la Banca rafforza la sua posizione su Parigi e Francoforte , auspicando fortemente , ma rimanendo inascoltata da IRI e Governo, l’esigenza di avere in Italia banche per dimensioni e capitali competitive con i massimi Istituti in Europa.
E siamo al grande sostegno allo sviluppo industriale quando la Comit ancor di più lega il suo nome ed il suo operare alle sorti positivamente in crescita dell’economia italiana.
Quello che viene definito sommariamente il “miracolo economico italiano” fra la fine della Ricostruzione e la metà degli anni ‘60 e che è in realtà il portato di un “lungo e complicato processo” come sostiene Mattioli che non apprezza il termine miracolo, vede la Comit in prima fila. A sostegno continuo , convinto e lungimirante della politica di liberalizzazione degli scambi, a efficace stimolo ad intraprendere ed ampliare le iniziative industriali, commerciali e artigianali.
Della “sua Banca” Mattioli, che in occasione delle relazioni ai Bilanci annuali fa dei piccoli “capolavori” anche letterari e culturali da par suo, dice in contrapposizione al termine “miracolo” e quasi sminuendo la grande e decisiva importanza della BCI nel progetto di crescita del Paese : “non vogliamo arrogarci nessun merito particolare, perché abbiamo fatto il nostro interesse”.
In quegli anni gli impieghi della Comit raggiungono il 13% circa del sistema bancario italiano, a prescindere dall’attività di merchant di Mediobanca. Continua l’assistenza e la partecipazione a collocamenti azionari ed obbligazionari senza per questo trascurare il sostegno alla piccola e media impresa.
La guida sapiente del banchiere umanista colto e raffinatissimo, inflessibile e pragmatico, con l’obiettivo fisso della crescita della Banca da salvaguardare nella sua autonomia e indipendenza, già rispettato da Mussolini durante il Fascismo e poi da personaggi come De Gasperi e Togliatti, porta la Comit verso posizioni di assoluta centralità nel sistema Paese.
La politica di espansione della Banca è attenta e prudente anche a non collidere con le preoccupazioni del Governo e della Banca d’Italia, che hanno di mira l’equilibrio dei conti con l’estero e del cambio, allo scopo di non alimentare inflazione.
Certo la legge bancaria vigente allora che separa il credito ordinario da quello finanziario, imbriglia un po’ la capacità espansiva della Comit spingendo Mattioli, come già osservato, nel senso di un cauto “ibridismo” operativo basato più sulla sostanza dei fatti che sulla formalità. A limitare le potenzialità contribuisce anche la richiesta all’IRI di aumento di capitale, richiesta disattesa nei tempi e nelle cifre.
Comunque lungo gli anni ‘60/’70 la Banca si irrobustisce grazie alla duplice operatività di attenta cura, secondo tradizione, verso il mondo delle grandi imprese cioè con i clienti di “antica data” ed anche di convinto appoggio verso il piccolo e medio imprenditore, autentico artefice di larga parte del programma economico italiano del secondo dopoguerra.
Ciò senza perdere di mira lo sviluppo della raccolta e la presenza all’estero che viene ulteriormente rafforzata.
La presenza all’Estero della “BISIAI” diviene ora di prima grandezza. Nel ‘69 New York è Filiale e così Londra e Singapore nel ‘71, nel ‘72 Tokio, seguono San Paolo, Chicago e Los Angeles nel ‘74, Abu Dabi ed Il Cairo nel ‘77 ed ancora Rio de Janeiro, Madrid, Hong Kong, Francoforte, Barcellona , Monaco di Baviera.
Intanto Raffaele Mattioli che nel ‘60 aveva lasciato l’incarico di Amministratore Delegato per quello operativo a pieno titolo di Presidente, in più di una circostanza mette in evidenza la sua convinzione della “funzione sociale del profitto”, a ribadire che i bilanci non vanno mai disgiunti dalla relazione e dalla considerazione sulle persone.
Come Amministratori Delegati si avvicendano Filippo Migliorisi, Carlo Bombieri, Marcello Rossi, Francesco Cingano.
Nel ‘72 per una “pressione” della politica che ormai reclama il controllo della Comit è costretto, facendo buon viso a cattivo gioco a lasciare, sostituito da Gaetano Stammati gran burocrate di Stato che del suo breve passaggio in Comit lascia poca traccia.
Nel luglio del ‘73 muore a Roma a seguito di un intervento chirurgico: di lui scrive Le Monde il 9 agosto di quell’anno: “le plus grand banquier italien depuis Laurent de Medicis, per la sua azione a favore degli ebrei e degli intellettuali perseguitati dal fascismo, la sua concezione di un liberismo spogliato da tutti i pregiudizi anticomunisti, la sua attività editoriale …ed infine la stima e l’affetto che non ha mai cessato di riporre in lui la generazione di intellettuali e di uomini politici che ha edificato l’Italia del dopoguerra”.
In Italia la crescita della Comit pur limitata dalle posizioni restrittive delle autorità monetarie continua e le Filiali passano da 110 a 128 tra il 74 e l’82 e le Agenzie di città da 95a 161. L’organizzazione della Direzione Centrale e delle Filiali si completa verso forme sempre più ampie di autonomia creditizia alle Filiali. E con l’introduzione di nuove macchine contabili sempre più tecnicamente aggiornate e con i nascenti elaboratori elettronici e l’uso della lettura ottica ed i collegamenti in tempo reale fra le Filiali e il Centro Contabile, la Comit assume la veste di banca efficiente che offre alla sua clientela la piena circolarità dei rapporti.
Ma nel ‘73 con il primo shock petrolifero a seguito della guerra del Kippur, il mondo occidentale che già da qualche anno registrava cali di produttività e tensioni sui cambi, vede la fine del “miracolo”.
Subentrano incertezza e sfiducia. E’ la “stagflazione”, la coesistenza di inflazione e ristagno dell’attività produttiva con crescita della disoccupazione.
Anni difficili e incerti per le grandi aziende poco flessibili. Va meno peggio, al contrario, per le piccole.
La BCI fa ora un po’ di fatica verso questa tipologia e verso zone geografiche ove ha da sempre avuto limiti ad espandersi. Da qui l’acquisto di banche locali quali Legnano e Chiavari e comunque la raccolta di una “sfida” ad inserirsi in un mondo di aziende non certo legate alla sua più tipica tradizione.
Rinnova lo sforzo organizzativo verso il comparto medio piccolo senza trascurare il suo mondo imprenditoriale di riferimento pur tenendo conto dei vincoli all’espansione degli impieghi a breve.
La presenza all’Estero ed il lavoro da questa derivante, crescono ancora attraverso altre aperture e partecipazioni di rilievo: Mosca , Ebic, Compagnie Monegasque, riorganizzazione di Sudameris.
E veniamo alle sfida degli anni Ottanta.
Siamo ora alla cosiddetta “rivoluzione finanziaria” segnata dai cambiamenti degli orientamenti, sensibilità e richieste del mercato, dei risparmiatori, delle famiglie e si fa sempre più evidente il ruolo delle piccole e medie imprese e quello delle banche locali.
Si profila il mercato unico europeo che poi si realizzerà pienamente nel ‘93.
C’è un rallentamento nella crescita dei depositi, c’è la cosiddetta “disintermediazione del sistema bancario” a significare tutta una serie di attività e di prodotti di intermediazione finanziaria non gestititi in prima linea dalle banche ma da altri soggetti. Ciò in aderenza a quanto avviene negli altri paesi della Comunità Europea.
Con questi nuovi soggetti e con questa nuova realtà operativa deve fare i conti il nostro sistema bancario sino ad allora iperprotetto. E deve affrontare la lenta ma continua “deregulation” che rappresenta una sfida sul piano non solo operativo ma anche e soprattutto culturale.
La Comit raccoglie, come sempre fatto in passato, la sfida e per prima introduce i certificati di deposito e nell’83 dopo la legge sui Fondi di Intermediazione crea una joint venture con le Generali per il collocamento dei fondi Genercomit, potenzia le gestioni patrimoniali fiduciarie ed introduce forme più aggiornate e raffinate di gestione finanziaria a supporto delle imprese. Nel frattempo, dopo il breve e grigio periodo di Stammati, alla Presidenza della Comit si succedono, Innocenzo Monti, Antonio Monti, Francesco Cingano, veri continuatori della “politica” di Mattioli.
Si punta alla crescita della produttività, razionalizzando, con l’introduzione di nuove macchine contabili e nuovi processi amministrativi e contabili, anche il numero dei dipendenti che tra l’82 ed il ‘91 scende a 18.200 circa da 19.000. Cresce il numero delle Filiali ed agenzie da 306 a 581. Aumenta il patrimonio, il capitale sociale da 210 a 1050 miliardi di lire (nell’86) ed inizia il processo di privatizzazione dell’IRI che così porta la sua partecipazione in BCI al di sotto del 60%.
La globalizzazione dei mercati finanziari inizia il suo percorso facilitando l’accesso al lavoro con l’estero di tutto il sistema bancario comprese le banche locali. Questo fatto riduce di conseguenza il “vantaggio” Comit nel comparto che però rimane di tutto interesse.
Vengono infatti rafforzate ancora le strutture all’estero, la BCI Svizzera, la BCI Canada, si incrementano le attività su Tokio, Pechino e Mosca.
Nel ‘91 l’Istituto si ristruttura come Gruppo polifunzionale. Al vertice la Banca Commerciale Italiana Spa e poi, oltre una serie di Società create per motivi strategici, le tre Holding: Comit HoldingItalia Spa cui fanno capo le partecipate bancarie e finanziarie italiane, Comit Holding Spa per le partecipazioni operanti in attività collaterali e la Comit Holding International spa per le partecipazioni bancarie e finanziarie estere.
L’inizio degli anni Novanta vede al vertice come Presidente Sergio Siglienti, già Amministratore Delegato e considerato l’ultimo erede di Mattioli, in sostituzione di Enrico Braggiotti e che accompagnerà la Comit fino alla privatizzazione del ‘94. Amministratori sono Luigi Fausti, Pietro Grandjacquet ed Enrico Beneduce, senza dimenticare Mario Arcari a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi del Novanta.
Con il mercato unico europeo, con le nuove norme sull’esercizio del credito e con le privatizzazioni si aprono nuovi orizzonti che in parte ripudiano il dirigismo economico precedente. Con i movimenti dei capitali più liberi si ritorna alla banca universale. Lo Stato fa un bel passo indietro rispetto agli anni Trenta quando si sostituì in parte al capitalismo privato collassato su se stesso.
La BCI è ancora tra i protagonisti principali di questo cambiamento grazie alla sua rete estera (presente in 42 paesi stranieri con 47 Filiali e 25 Uffici di Rappresentanza), alle sue buone quote di mercato ed alla sua innata vocazione di banca a tutto tondo. Forte di una rete italiana che cresce di 300 nuovi sportelli a seguito dell’abolizione dei vincoli dell’89, senza ricorso a nuove risorse umane ma snellendo e rinnovando automatismi operativi e procedure.
Si rafforza nei servizi del corporate finance, sull’euromercato ed è ancora netta la sua prevalenza nel comparto estero fra le banche italiane. All’interno rafforza il suo inserimento nell’ambito delle famiglie e delle piccole imprese.
Nel ‘93 con rendimenti crescenti e quote di mercato invidiabili (prevalente sul sistema la quota sugli impieghi), la BCI ritorna a pieno titolo, come consentito dalla legge a partire dal 1.1.94, alle sue origini di banca universale. Sempre al centro e protagonista di rilievo al servizio dell’economia italiana soprattutto nel momento della formazione e consolidamento di quella classe industriale a base dello sviluppo del XX secolo.
Nel ‘94 si celebra il centenario all’insegna di dati patrimoniali e reddituali di assoluto rilievo, frutto sino a quel momento di una politica gestionale illuminata ed autonoma anche rispetto all’IRI, che come aveva sempre detto Mattioli consentiva alla Banca di “agire con sufficiente libertà di giudizio”.
Nell’aprile del ‘94 l’IRI cede la sua partecipazione in Comit e privatizza la Banca, che passa sotto il controllo di una minoranza sindacata e blindata di altre banche e importanti imprenditori privati, coordinati da Mediobanca sotto la regia del suo dominus Enrico Cuccia.
Sergio Siglienti, ultimo Presidente della Comit in versione IRI e sostenitore di una vera public company, viene defenestrato all’improvviso in sede di Assemblea e, due anni dopo, racconterà la vicenda piena di sorprese e colpi di scena della vendita della Banca, nel libro “Una privatizzazione molto privata”. “Vicenda nella quale, argomenta Siglienti, la debolezza e l’impreparazione dei politici, la scarsa coesione del management bancario di fronte all’attacco portato da gruppi d’interesse industrial-finanziari hanno finito per disattendere la speranza dei risparmiatori. Ancora una volta è naufragato il tentativo di liberalizzare e rendere più trasparente il mercato: i vincoli di solidarietà tra i grandi gruppi industriali hanno avuto la meglio sull’interesse collettivo, aumentando ulteriormente la distanza che ci separa dagli standard delle economie più avanzate”.
Vale la pena a questo punto della storia ricordare la profetica risposta di Raffaele Mattioli in occasione della sua deposizione alla Commissione Economica del Ministero per la Costituente nel 1946.
domanda della Commissione: Lei pensa che la riprivatizzazione dei pacchetti azionari delle grandi banche, oggi detenuti dall’IRI, possa essere fonte di inconvenienti?
Mattioli: Certo, specie in questo momento. Con il formidabile fabbisogno finanziario che si manifesterà in particolare da parte dei grossi complessi industriali, la privatizzazione della banche di interesse nazionale sarebbe una gravissima iattura.
Da questo momento, da questo ritorno della Banca alle sue origini di banca privata, da questo evento che doveva segnare un passaggio di ulteriore rilancio dell’Istituto nell’ambito di mercati sempre più globali e competitivi, inizia invece, come aveva ammonito 48 anni prima Mattioli, un decennio di graduale e progressiva sofferenza e declino. Contrassegnato da contrasti interni al top management, dalle interferenze, tipiche da conflitto d’interessi, fra banca e impresa, da pressioni esterne politiche, istituzionali e finanziarie. Ricordiamo anche i travagli per la mancata eppure facile acquisizione del Banco di Napoli, per i falliti tentativi di investire l’abbondante liquidità in cassa sull’acquisto di altri Istituti (Ambroveneto prima e Cariplo poi), per la trattativa non conclusa di creare la SuperBin con Banco di Roma, e la respinta scalata, da parte di Unicredit, giudicata ostile.
Ed infine altre circostanze e fatti (molti da chiarire) portano rapidamente attraverso una serie di passaggi , dichiarazioni, impegni federativi disattesi, alla conquista della Comit da parte di Banca Intesa (già Ambroveneto/Cariplo) nell’ottobre del 1999.
Nel frattempo, e dopo Luigi Fausti assurto alla carica di Presidente, l’ultimo Comit in versione privatizzata, si alternano al comando , in una sorta di vortice, Presidenti ed Amministratori Delegati esterni, ex Comit di rientro e stranieri spesso non di estrazione bancaria.
L’ultimo Amministratore Delegato nei mesi finali della Banca, ancora Comit in versione di fatto federata, è Aldo Civaschi, rientrato dopo un breve periodo di responsabilità in altro istituto, ma poi costretto a lasciare, perchè contrario, quando viene abbandonato il progetto di Federazione tra Intesa e Comit per la Fusione per incorporazione: Bazoli aveva dato allo stesso Civaschi ampie assicurazioni circa il destino della Comit, assicurazioni che l\\\'A.D. aveva esternato a tutti i dipendenti con la lettera la cui miniatura è riprodotta a sinistra (click sulla stessa per leggerla) .
Queste per sommi capi le fasi salienti che, passando da un promesso patto di federazione dichiarato, in sede di lancio dell’offerta pubblica di scambio (ops), poi come noto clamorosamente disatteso nel silenzio generale anche della massime Istituzioni finanziarie e governative, portano repentinamente ad una Fusione. Atto, formalmente presentato alla pari tra Comit e Intesa ma di fatto forzato ed imposto dal proprietario al posseduto, che segna la definitiva scomparsa della Comit, con il rammarico, la delusione ed anche la rabbia di estimatori, clienti e dipendenti. In questo contesto assume rilevanza la lettera di dimissioni del 23 settembre 1999 del Presidente Onorario Luigi Fausti, nella quale appare ben delineata la mancanza di un futuro per la Banca Commerciale Italiana (click sull\\\'immagine a fianco per visionarne il contenuto).
La Banca di Joel, Toeplitz e Mattioli, quella che aveva superato indenne la grande crisi del ‘30/’31 e che aveva fortemente contribuito alla crescita dell’economia italiana ed alla formazione di una scuola di banca e di vita, sparisce, senza che una voce di protesta, interna od esterna, si levi.
L’atto di fusione dell’1.5.2001 prevede per il nuovo Istituto il nome di Banca Intesa Banca Commerciale Italiana oppure Banca Intesa Comit oppure Banca Intesa BCI.
Quest’ultima denominazione minimale adottata per poco tempo ha rappresentato l’ultima, illusoria, mascherata parvenza della nostra Banca. E con la scomparsa di “BISIAI” si chiude definitivamente la storia della COMIT.Sull’importanza e sul coinvolgimento della Comit nell’ambito dell’arte e della cultura vedasi l’allegata cartella a parte, compresa quella relativa all’importante Archivio Storico della Banca, anche questo “fuso” unitamente agli archivi Ambroveneto e Cariplo in un unico coacervo.
Chi ha scritto queste pagine, attinte in parte dal Libro “CentAnni” 1894 – 1994 La Banca Commerciale e l’economia italiana a cura di Gianni Toniolo- Nardini Editore - del giugno ‘94” e tanti altri amici della Comit aspettano che chi sa spieghi antefatti, motivi e cause della fine imprevista e incredibile di un’Istituzione che aveva, in maniera importante e meritoria, legato il suo destino a quello del Paese.
I numerosi fogli bianchi che seguono aspettano di essere scritti con parole di verità e trasparenza, che spazzino via le ambiguità, i silenzi e le non chiare trame finanziarie e politiche che hanno segnato le ultimissime pagine di questa storia. 
Per le successive occorre rispondere a questa domanda:
CHI, PERCHE’, COME , DOVE e QUANDO ha voluto e deciso la scomparsa di una grande BANCA, la BANCA COMMERCIALE ITALIANA, per farla morire dentro il corpo senza ANIMA di una banca solo grande? 
Molti dei protagonisti di questa vicenda sono ancora in grado, se lo vogliono, di scrivere le pagine mancanti.
NOICOMIT fiduciosi aspettiamo…..

Antonio Maria Masia Roma, ottobre 2004

*le foto e le schede nelle cartelle a parte sono tratte dal libro sopra citato.Per altre foto  storiche realtive alla storia della Comit  cliccare sul file senza titolo. L'articolo  è anche visibile nel  Vecchio Sito, accessibile dalla zona riservata del nuovo Sito.




Comunicazione Civaschi - 5 luglio 1999
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Dimissioni Fausti
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